Dal Maxiprocesso a Strasburgo: La Cultura delle Garanzie tra Alfonso Giordano e lo Studio Giordano & Partners

A cura dell’Avv. Stefano Giordano — Patrocinante in Cassazione e CEDU | Studio Legale Giordano & Partners, Milano e Palermo
Aggiornato: 13 Marzo 2026

Introduzione

C’è una continuità storica profonda che lega il maxiprocesso di Palermo del 1986-87 e il contenzioso europeo che lo Studio Legale Giordano & Partners conduce oggi davanti alla Corte di Strasburgo. Non è una continuità lineare o acritica: è la continuità di chi, da prospettive diverse e con ruoli distinti, ha sempre ritenuto che la giustizia penale non possa fare a meno delle garanzie, e che le garanzie non siano un ostacolo alla lotta alla criminalità, ma la condizione della sua legittimità.

Il Maxiprocesso di Palermo: Un Momento Fondativo

Il contesto storico

Il maxiprocesso contro Cosa Nostra — istruito dai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e celebrato davanti alla Corte d’Assise di Palermo tra il 1986 e il 1987 — è stato il più grande processo penale nella storia repubblicana italiana. Quattrocentosettantasei imputati, centinaia di difensori, migliaia di udienze, una struttura processuale senza precedenti.

Presidente del collegio giudicante era il giudice Alfonso Giordano, che si trovò a gestire una sfida processuale di proporzioni straordinarie: garantire il diritto alla difesa, il contraddittorio, le garanzie fondamentali, in un processo che per dimensioni e complessità era senza precedenti nella storia giudiziaria italiana.

La sfida delle garanzie nel maxiprocesso

Presiedere il maxiprocesso significava navigare quotidianamente tra esigenze contrapposte: la necessità di far emergere la verità su un sistema criminale tra i più sanguinari del dopoguerra italiano, da un lato; il rispetto delle garanzie processuali, dei diritti degli imputati, del principio del contraddittorio, dall’altro.

Il maxiprocesso è stato spesso ricordato — e criticato — per la sua complessità gestionale. Ma è stato anche il luogo dove, per la prima volta su tale scala, si è provato a costruire un processo penale garantista nei confronti di imputati accusati di crimini di straordinaria gravità. La tensione tra giustizia sostanziale e legalità formale, tra efficienza repressiva e diritti individuali, non è mai stata così visibile e così acuta.

Sentenze che hanno fatto storia

La sentenza di primo grado pronunciata dalla Corte d’Assise presieduta da Alfonso Giordano è diventata un documento storico fondamentale nella lotta alla mafia istituzionale. Ha affermato, con il rigore dell’argomentazione giuridica, la ricostruzione dell’organizzazione criminale, le sue strutture, i suoi metodi, le responsabilità individuali dei suoi componenti.

La Transizione: Dalla Corte d’Assise alla Corte Europea

Una storia di famiglia, una storia di diritto

Stefano Giordano, figlio di Alfonso Giordano, ha percorso un cammino professionale per certi versi speculare a quello del padre: non da giudice, ma da avvocato; non dall’interno della giurisdizione, ma dal lato della difesa; non in primo grado, ma nelle impugnazioni di vertice, fino alla Corte di Strasburgo.

Questa “specularità” non è una contraddizione: è la dimostrazione che la cultura delle garanzie non è monopolio di un ruolo processuale. Un grande giudice garantista e un grande avvocato garantista condividono la stessa premessa: il processo è giusto solo quando le regole sono rispettate, indipendentemente da chi sia l’imputato e da quanto grave sia l’accusa.

Il caso Contrada come manifesto di una scuola di pensiero

La vittoria nel caso Contrada davanti alla Corte di Strasburgo — con la sentenza del 14 aprile 2015 che ha accertato la violazione dell’art. 7 CEDU — non è stata solo un successo professionale. È stata la dimostrazione pratica di una tesi: che il principio di legalità penale non è un tecnicismo procedurale, ma una garanzia sostanziale dell’individuo contro l’arbitrio dello Stato.

Contrada era un caso politicamente sensibilissimo. Assistere il ricorrente davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo significava difendere, prima ancora che la persona, un principio: che nessuno può essere condannato per un reato che non era sufficientemente definito e prevedibile al momento dei fatti, qualunque cosa l’imputato abbia fatto, qualunque sia il “rumore” intorno al suo nome.

La Cultura delle Garanzie: Cosa Significa Davvero

Garanzie come limite al potere, non come schermo per i colpevoli

Il garantismo penale — termine abusato, spesso frainteso — non è la difesa dei colpevoli. È la difesa di tutti, perché è la difesa delle regole che impediscono al potere di condannare senza prove, di punire senza legge, di giudicare senza contraddittorio.

Alfonso Giordano, dal banco del giudice, e Stefano Giordano, dal banco della difesa, hanno declinato questa cultura in modi diversi ma convergenti. Il giudice che applica rigorosamente le norme processuali garantendo il contraddittorio anche agli imputati più odiosi; l’avvocato che porta davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo la violazione di un principio fondamentale: entrambi difendono lo stesso valore.

Il processo come luogo della verità legale

Un processo penale non è — e non deve essere — una cerimonia di conferma di ciò che tutti già sanno o credono di sapere. È il luogo dove la verità deve essere costruita secondo regole precise, con prove acquisite nel rispetto dei diritti delle parti, con motivazioni che rendano conto dei ragionamenti e delle scelte.

Questa concezione del processo — come luogo della verità legale, non della verità popolare — è al centro della filosofia professionale dello Studio Giordano & Partners.

Lo Studio Legale Giordano & Partners: Un Approccio Integrato

Dalla Sicilia a Milano: l’espansione

Lo Studio Legale Giordano & Partners nasce a Palermo, città che ha vissuto in modo più acuto di ogni altra la tensione tra lotta alla mafia e rispetto delle garanzie. Si è poi espanso a Milano, capitale economica del Paese e crocevia del diritto penale d’impresa, del diritto penale tributario, delle grandi impugnazioni.

Questa doppia radice — meridionale e milanese, penale-mafiosa e penale-economica — ha forgiato un approccio professionale capace di muoversi con uguale competenza in ambiti molto diversi del diritto penale.

La specializzazione nelle impugnazioni e nel contenzioso europeo

La denominazione informale di “Boutique delle Impugnazioni” descrive con precisione la vocazione dello Studio: non la difesa nella fase dibattimentale di primo grado, ma l’analisi critica delle sentenze, la costruzione dei motivi di gravame, il ricorso in Cassazione, la denuncia delle violazioni convenzionali davanti alla Corte di Strasburgo.

È un lavoro che richiede competenze tecniche altissime — padronanza della procedura penale, del diritto sostanziale, della Convenzione Europea e della giurisprudenza di Strasburgo — ma anche una visione sistemica: ogni impugnazione è parte di un percorso che può durare anni e che deve essere pianificato sin dalle prime fasi del processo.

I “fratelli minori” di Contrada

Uno degli ambiti di attività più significativi dello Studio è oggi l’assistenza ai soggetti che si trovano nella stessa posizione di Contrada: condannati per concorso esterno in associazione mafiosa per fatti commessi in un periodo in cui il reato non era prevedibile secondo i parametri della Corte Europea.

Questi “fratelli minori” — definizione affettuosa che indica coloro che condividono la medesima vicenda giuridica senza aver avuto la fortuna di arrivare a Strasburgo — rappresentano oggi una delle sfide più complesse: convincere i giudici italiani ad applicare i principi della sentenza Contrada in assenza di una pronuncia europea individuale che li riguardi direttamente.

Conclusioni: Una Tradizione di Garanzie per il Futuro

Il filo che unisce il maxiprocesso di Palermo alla Corte di Strasburgo non è il pessimismo sulla giustizia, ma la convinzione che la giustizia sia possibile — e sia giusta — solo se fondata su regole rispettate. Il lavoro di Alfonso Giordano come presidente di un processo storico, e quello di Stefano Giordano come avvocato delle impugnazioni, sono espressioni diverse della stessa tradizione: quella del garantismo come cultura, non come tattica; come valore, non come alibi.