Aggiornato: 2026
Le domande concrete che ogni cliente pone. Le risposte oneste che ogni avvocato dovrebbe dare.
Chi si avvicina per la prima volta al ricorso CEDU porta con sé tre domande che restano spesso senza risposta chiara: quanto tempo ci vuole? Quanto costa? Quante possibilità ho di vincere? Sono domande legittime — anzi, sono le domande giuste — e meritano risposte oneste, non promesse vaghe né scoraggiamento aprioristico.
Questo articolo le affronta una per una, con i dati disponibili e con la franchezza che il rapporto tra cliente e avvocato richiede. Perché Voltaire aveva ragione quando scriveva che la prima virtù dell’uomo di legge è dire la verità, anche quando non è quella che si vorrebbe sentire.
I tempi: quanto dura davvero un ricorso CEDU
La risposta breve è: molto più di quanto si pensi. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha un arretrato imponente — oltre ottantamila ricorsi pendenti — e i tempi di trattazione variano considerevolmente a seconda del tipo di procedura e della complessità del caso.
Il primo filtro — la valutazione di ammissibilità — può arrivare anche entro pochi mesi dall’iscrizione del ricorso, se la Corte decide di dichiararlo inammissibile. Ma se il ricorso supera questo filtro e viene comunicato allo Stato convenuto, si apre la fase istruttoria: lo Stato presenta le proprie osservazioni, il ricorrente replica, e la Corte entra nel merito. In questa fase, i tempi si allungano significativamente.
Per i ricorsi ordinari contro l’Italia, la durata media dalla presentazione del ricorso alla sentenza si colloca attualmente tra i cinque e i dieci anni. Esistono procedure accelerate — per i casi urgenti, in particolare quelli che riguardano la detenzione o un rischio imminente per la vita — ma riguardano categorie molto specifiche di ricorsi. Per la maggior parte dei casi penali, bisogna mettere in conto anni di attesa.
Esiste anche la procedura delle sentenze-pilota: quando la Corte rileva una violazione strutturale che riguarda un gran numero di ricorrenti, può sospendere i ricorsi simili in attesa che lo Stato adotti misure generali. Il caso italiano sull’irragionevole durata dei processi — la cosiddetta «procedura Pinto» — ha prodotto esattamente questo meccanismo. Per i ricorrenti che rientrano in queste categorie, i tempi possono dilatarsi ulteriormente.
I costi: una stima onesta
Il ricorso CEDU non prevede tasse giudiziarie: la procedura davanti alla Corte di Strasburgo è gratuita. Ma questo non significa che il ricorso non abbia un costo: la preparazione del ricorso — la raccolta degli atti, l’analisi giuridica, la redazione del formulario e della memoria, la corrispondenza con la Corte — richiede un lavoro professionale significativo, che ha il suo costo.
Le tariffe variano a seconda della complessità del caso, del numero di violazioni da argomentare, della quantità di atti processuali da analizzare. Un ricorso semplice — con una violazione circoscritta e atti contenuti — richiede un impegno professionale inferiore rispetto a un ricorso complesso, che coinvolge più articoli convenzionali e un fascicolo processuale di centinaia o migliaia di pagine.
Esiste il patrocinio a spese dello Stato anche davanti alla Corte EDU: la Corte lo concede quando il ricorrente dimostra di non avere risorse economiche sufficienti e il ricorso supera il vaglio di ammissibilità. In quella fase, la Corte può autorizzare l’assistenza legale gratuita, remunerando il difensore secondo le tariffe che essa stessa determina. Non è un meccanismo automatico, e non copre la fase iniziale di preparazione del ricorso: ma può ridurre significativamente il costo complessivo per chi ne ha diritto.
Lo Studio Legale Giordano & Partners applica una struttura di onorari che distingue tra la valutazione preliminare del caso — che ha un costo contenuto e non impegna il cliente al proseguimento — e la gestione del ricorso vero e proprio. Prima di impegnarsi in un percorso pluriennale, il cliente ha diritto a sapere se il caso ha una concreta possibilità, e quanto costerà portarlo avanti.
Le probabilità di successo: i numeri e la realtà
Le statistiche della Corte EDU sono pubbliche e impietose. Su oltre settantamila ricorsi iscritti ogni anno, la grande maggioranza viene dichiarata inammissibile nella fase iniziale. Dei ricorsi che superano questo filtro e vengono comunicati allo Stato, una parte rilevante si conclude con un accordo amichevole tra le parti, senza una sentenza nel merito. Di quelli che arrivano a sentenza, la Corte accerta la violazione in una percentuale significativa — storicamente intorno al sessanta-settanta per cento — ma questo dato include tutti i ricorsi comunicati, che già rappresentano una selezione molto rigorosa del totale.
Tradotto in pratica: la probabilità di successo di un ricorso CEDU ben costruito — cioè di un ricorso che supera il vaglio di ammissibilità e viene comunicato allo Stato — è relativamente alta. Il problema è che la stragrande maggioranza dei ricorsi non supera quel vaglio. Quindi la domanda vera non è «quante possibilità ho di vincere se la Corte mi ascolta», ma «quante possibilità ho che la Corte mi ascolti davvero».
La risposta dipende interamente dal caso specifico: dalla natura della violazione lamentata, dalla solidità degli argomenti giuridici, dalla qualità del ricorso, dalla giurisprudenza esistente su quel punto. Non esiste una percentuale valida per tutti: esiste una valutazione caso per caso, che richiede competenza specialistica e onestà intellettuale.
L’equa soddisfazione: cosa si può ottenere
Quando la Corte accerta una violazione, può accordare al ricorrente un’equa soddisfazione ai sensi dell’art. 41 della Convenzione. Si tratta di un risarcimento pecuniario, che comprende il danno patrimoniale (le perdite economiche direttamente causate dalla violazione), il danno non patrimoniale (la sofferenza, l’angoscia, il pregiudizio alla reputazione), e il rimborso delle spese legali sostenute nel procedimento interno e davanti alla Corte.
Gli importi variano molto a seconda della violazione e delle circostanze del caso. Per le violazioni dell’art. 6 legate alla durata irragionevole del processo, la Corte ha elaborato criteri abbastanza standardizzati. Per le violazioni più gravi — art. 3, art. 5, art. 7 — gli importi possono essere più significativi, specialmente se il ricorrente ha subito anni di detenzione illegittima o ha visto la propria vita radicalmente segnata dalla violazione.
Oltre all’equa soddisfazione, in alcuni casi la condanna di Strasburgo apre la strada alla revisione del processo interno attraverso l’art. 628-bis c.p.p. — la revisione europea introdotta nel 2022 — che consente la riapertura del procedimento penale quando la Corte EDU ha accertato una violazione che incide sull’equità del processo o sulla legalità della condanna. È lo strumento con cui il caso Contrada avrebbe potuto trovare esecuzione compiuta nell’ordinamento interno: uno strumento che oggi esiste, e che può essere attivato.
Se stai valutando un ricorso a Strasburgo — o se hai già una sentenza della Cassazione e stai calcolando i quattro mesi a disposizione — contatta lo Studio Legale Giordano & Partners per una valutazione preliminare. Il primo passo è capire se vale la pena fare il secondo.
Studio Legale Giordano & Partners | Milano · Palermo · Strasburgo
Domande Frequenti (FAQ)
Quanto tempo dura un ricorso alla Corte EDU?
Per i ricorsi ordinari contro l’Italia, la durata media dalla presentazione alla sentenza si colloca tra i cinque e i dieci anni. Il primo filtro di ammissibilità può però arrivare entro pochi mesi. Esistono procedure accelerate solo per casi di estrema urgenza (es. rischio per la vita o detenzione illegittima).
Quanto costa fare ricorso a Strasburgo?
La procedura davanti alla Corte non prevede tasse giudiziarie ed è gratuita. Il costo riguarda unicamente le competenze dell’avvocato per lo studio degli atti e la redazione tecnica del ricorso. Superato il vaglio di ammissibilità, in caso di assenza di risorse, la Corte può concedere il gratuito patrocinio.
Quante probabilità ci sono di vincere un ricorso CEDU?
Le probabilità di vittoria dipendono dalla corretta formulazione: oltre il 90% dei ricorsi viene dichiarato inammissibile all’inizio per difetti formali o infondatezza. Tuttavia, tra i ricorsi che superano questo filtro e arrivano a sentenza, la Corte accerta la violazione nel 60-70% dei casi.
Cos’è l’equa soddisfazione (Art. 41 CEDU)?
È il risarcimento pecuniario che la Corte può riconoscere al ricorrente in caso di accertata violazione. Comprende il rimborso per i danni materiali subiti, i danni morali (sofferenza, pregiudizio) e le spese legali sostenute in Italia e in Europa.
